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Usciamo dal silenzio!

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Il contratto di somministrazione è uno dei tanti modelli contrattuali introdotti in Europa e in Italia negli ultimi 20 anni. Tra i più di 50 contratti precari, quello in somministrazione viene considerato il più virtuoso. Effettivamente questa tipologia di contratto mantiene alcuni diritti non previsti in altre tipologie.                   In particolare si fa riferimento ad una presunta parità di trattamento economico tra il lavoratore in affitto e i lavoratori della struttura affittante a tempo indeterminato. In realtà la condizione è ben diversa...

Inizialmente questa tipologia contrattuale veniva definita “staff leasing” mutuando per dei lavoratori in carne e ossa un linguaggio finanziario usato per l'acquisto agevolato di oggetti (ad esempio le automobili). Al di là dei termini, il lavoro in somministrazione rappresenta comunque una tipologia di lavoro che considera la merce forza lavoro come una normale merce inanimata. Niente di nuovo se si è studiato Marx ma, nel corso degli anni, i lavoratori hanno strappato uno serie di tutele che avevano ammorbidito il tasso di violenza insito nella stipula di un contratto. La precarietà e il lavoro in somministrazione rappresentano un passo indietro rispetto alle condizioni contrattuali che caratterizzavano i decenni precedenti. Ma vediamo in sostanza di che si tratta.

Protagoniste sono le agenzie di lavoro interinale che assumono lavoratori stipulando contratti a tempo determinato o indeterminato. Questi lavoratori vengono poi affittati a strutture (pubbliche o private) dove questi lavoratori vengono a svolgere mansioni di diverso tipo. Andando a spulciare le normative si scopre che non esiste un ambito lavorativo specifico e le mansioni possono essere le più disparate. L'azienda utilizzatrice paga il lavoratore fornendo all'agenzia interinale un surplus di denaro che è il guadagno dell'azienda. In teoria, il lavoratore in somministrazione ha diritto allo stesso trattamento stipendiale di un lavoratore direttamente assunto dall'azienda. Non serve un matematico per capire che, se fosse realmente così, l'azienda utilizzatrice non avrebbe nessun interesse a rivolgersi a una agenzia interinale... In realtà, la parità di diritti tra lavoratori in somministrazione e lavoratori direttamente assunti è solo sulla carta. Le normative infatti lasciano spazio a numerose interpretazioni e spesso ai lavoratori in somministrazione viene negato il diritto al trattamento economico previsto dalle contrattazioni di secondo livello (ad esempio il premio di produzione). Per il settore pubblico inoltre, il ricorso alla somministrazione è legato alla necessità di non sforamento del patto di stabilità: secondo le regole comunitarie, recepite dai governi nazionali, per gli enti pubblici viene fissato un tetto per il numero dei dipendenti che non è per niente proporzionato alle mansioni necessarie. I buchi o rimangono tali oppure vengono coperti con ricorso a tipologie contrattuali che non prevedono l'assunzione diretta. E' facile capire come un sistema di questo genere può causare due tipi di problemi: o il lavoratore in somministrazione rinuncia a parte dello stipendio e dei diritti, oppure l'ente pubblico paga più soldi rispetto a quanti ne pagherebbe assumendo direttamente. Ovviamente, nel primo caso l'anello debole è il lavoratore, nel secondo caso l'ente pubblico butta i soldi dei cittadini per ingrassare le agenzie interinali trasferendo soldi dalla comunità verso una ditta privata.

In realtà, il lavoro in somministrazione può sembrare una tipologia contrattuale sostanzialmente accettabile anche in relazione al fatto che numerosi addetti hanno potuto sfruttare le regole sulla stabilizzazione presenti in precedenti normative e risultano effettivamente dipendenti a tempo indeterminato delle agenzie. In realtà, questa tutela è in gran parte presunta in quanto l'azienda utilizzatrice può rescindere il contratto con l'agenzia interinale lasciando a casa i lavoratori. Chi ha contratti a tempo determinato perde il lavoro, gli altri sono costretti ad accettare altri lavori senza garanzia dei precedenti diritti. Inoltre, dopo un anno di non lavoro, non sono previste tutele ulteriori e le agenzie possono licenziare senza giusta causa.

Sul lavoro in somministrazione non ci sono dati precisi. In Liguria è recentemente venuto alla ribalta il caso degli addetti delle mense ospedaliere (Gaslini in primis) che hanno chiesto invano alla Regione Liguria di introdurre una clausola sociale nel bando di assegnazione del servizio mensa. L'inadempienza della Regione Liguria rischia di far precipitare nel baratro del non lavoro decine di lavoratrici e lavoratori in somministrazione. Controllando però gli annuari degli enti pubblici è sostanzialmente impossibile stabilire quanto il lavoro in somministrazione sia esteso nelle strutture pubbliche. Noi pretendiamo dati certi e ci piacerebbe sapere la reale necessità che spinge gli enti pubblici a ricorrere a queste tipologie contrattuali con una analisi dei costi e dei benefici. Sullo sfondo rimane la questione dell'insostenibilità dei contratti precari (che con l'applicazione del jobs act diventeranno un destino quasi ineluttabile), l'intollerabilità del patto di stabilità che lega le istituzioni locali a norme tutte a discapito dei lavoratori e il ruolo delle strutture sindacali che invece di lottare contro la precarietà si occupano della gestione di enti bilaterali che, con la scusa di fornire alcuni servizi per i precari, in realtà sono giustificazioni di situazioni intollerabili.

Per questo invitiamo i lavoratori in somministrazione a contattarci e a stabilire un coordinamento sindacale per rendere evidenti le norme che stabilizzano queste ingiustizie e lottare per i propri diritti all'interno dei luoghi di lavoro.

Contatti a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

http://www.stellarossagenova.org

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