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Il "gentismo", brodo di cultura del nuovo fascismo

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Da quando, a partire dagli anni Dieci del nuovo secolo, le reti sociali si sono diffuse al punto da divenire un medium di massa vero e proprio, i movimenti di estrema destra hanno tentato di occuparne la scena con la medesima pervasività con cui negli anni addietro, ad esempio, hanno occupato le curve degli stadi.

In un ultiverso digitale nel quale le nuove figure sociali della “società liquida”, lumpen scoscientizzati, casalinghe, lavoratori autonomi “arrabbiati” contro lo Stato padrone, professionisti orfani della DC e del berlusconismo, si trovano all’improvviso a vedere le loro chiacchiere da bar divenire letteralmente diffuse in mondovisione, tanto da generare un vero e proprio linguaggio comune, fatto di parolacce, frasi sgrammaticate e teorie improbabili, oltre che a generale altrettanto sgrammaticati ed improbabili leader che, attraverso video e messaggi divenuti improvvisamente virali, replicano all’infinito la loro presenza nella solitudini digitali delle case postmoderne.

Emblematico, in questo senso, è lo sviluppo di movimenti che in una prima fase occultano la loro natura di destra, quando non decisamente fascista, come i Forconi o i vari autonomismi locali xenofobi o il grillismo da tanto al mucchio.

L’insieme di questa eterogenea, e per nulla folkloristica, armata Brancaleone digitale è accomunato dal richiamo ad una categoria tanto storicamente insensata, quanto politicamente pregnante: “la gente”.

La “gente”non è né il popolo ottocentesco, ossia la borghesia descritta da Manzoni, né il proletariato novecentesco, con la sua ossatura politico-culturale fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sulla cultura. La gente è l’insieme indefinibile e indefinito di negatività e di distopie, unito da quel sentimento rientrante che Bonomi chiama “il rancore”, il quale non organizza in dimensioni collettive propositive ma, al contrario, abbrutisce in dimensioni individuali, chiuse, non dialoganti se non “contro” un nemico esterno che, in un’epoca di naturalizzazione delle diseguaglianze veicolata dalle classi dominanti a difesa del loro dominio, diviene inevitabilmente l’immigrato, suprema alterità disumanizzata nel discorso dominante tipico dei dominati, ora raggrumato nella rete che sostituisce i luoghi comuni ai beni comuni.

Tale insieme di fenomeni complessi, risultante ideologica del mix letale fra crisi economica e distruzione dei corpi intermedi scientemente perseguita dalle classi dominanti, loro sì colte e cosmopolite come non mai in un mondo globalizzato, determina propriamente come precipitato politico – mediatico il cosiddetto “gentismo”, ossia l’insieme di atteggiamenti, linguaggi e tematiche di cui sopra, vero e proprio veleno sociale e relazionale, giacché esso veicola altresì l’aggressività come unico modus di confronto con l’altro, perennemente considerato non come essere senziente e pensante, ma come nemico da abbattere attraverso il “flame” in cui decine di “haters” (mai come in questi casi l’inglese diviene la neolingua di questo universo di disperazione) colpiscono sotto forma di Trolls la vittima designata, solitamente identificata in un esponente di minoranza, in una donna, in un difensore dei diritti civili o in un intellettuale.

Stando così le cose, è evidente come il gentismo, lungi da essersi sviluppato per partenogenesi, ha avuto origine dall’attività cosciente di forze della vecchia destra radicale che, passando dalla Fiamma al flame, hanno monopolizzato una massa incosciente, e dunque manipolabile, spostandone sempre più a destra il senso comune, sino al momento in cui – e siamo negli ultimissimi mesi – gettate le maschere, le organizzazioni che negli anni precedenti si presentavano come “apolitiche” e “dalla parte della gente”, si sono presentate, una volta arato a dovere il terreno, per quello che sono: gruppi neofascisti che, grazie al consenso ricevuto, si autonominano difensori del popolo e tentano la scalata alla politica “istituzionale” attraverso la partecipazione ad elezioni locali e nazionali, pur non disdegnando i vecchi metodi violenti, come mostrano le continue aggressioni a danni di militanti antifascisti e di immigrati, prontamente derubricate da molti media a guerre per bande, così da parificare fascismo e antifascismo, favorendo inevitabilmente il primo, che sulla delegittimazione della Repubblica fonda la propria ragion d’essere.

Il cammino di ricostruzione del tessuto connettivo sociale repubblicano sarà dunque lungo e difficile, trovandoci oggi nella peggiore delle situazioni, in una società profondamente divisa fra classi dominanti colte e cosmopolite, terminali politici locali conformisti ed opportunisti e sterminate masse di ex cittadini culturalmente deprivati e, quindi, non in grado di partecipare alla vita democratica del Paese.

Solo una lunga ricucitura del tessuto sociale che parta dai territori, dalla scuola e dai singoli, potrà salvare e rilanciare la democrazia, e non certo le, apparentemente più comode e facili, scorciatoie elettorali, anche a prescindere dalla generosità e dalla sincerità dei loro attori.

di Ennio Cirnigliaro da www.lasinistraquotidiana.it

foto tratta da Pixabay

 

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