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TAV, IL FETICCIO DEL CETO MEDIO

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"Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere! “ (L.Pirandello, “Il treno ha fischiato”, 1914)

Con una frequenza ormai seriale da almeno venticinque anni, di tanto in tanto emerge sui media mainstream il “tav”, spesso femminilizzato in “la tav”. E' “il tav” quando si parla del treno, il treno per antonomasia, simbolo di modernità e superamento di ogni barriera, mentre è “la tav” quando si parla dell'opera, della grande opera, l'opera risolutiva, il

“ ragnarok” della civilizzazione moderna, il compimento finale, asintotico ed ossimorico, del destino di infinito sviluppo, destinato ad innalzare l'umano a livello di Dio.

Nel battello ebbro di tale narrazione, la quale oggi sembra far presa fra i ceti medi irriflessivi (non è un refuso) orfani del rassicurante interclassismo padronale e familista del capitalismo italiano otto-novecentesco, vengono imbarcate persone che, mediamente, non sanno pressoché nulla degli anche minimi particolari tecnici di ciò che appoggiano e di cui parlano con entusiasmo, tanto che l'opera si è trasformata ormai – come è stato giustamente detto- in un feticcio, una sorta di strana divinità futurista fuori tempo maasimo invocata come un mantra a supportare psicologicamente gli individui, un tempo appartenenti alla piccola e media borghesia, ora sballottati nella globalizzazione, spaventati non diversamente dagli ex proletari manipolati dalla narrazione eguale e contraria del populismo xenofobo e del sovranismo. Si tratta, lo dico senza alcuna ironia, di una forma di follia: follia in quanto delirio, ossia uscita dal solco ( questa è l'etimologia del termine “delirare”), abbandono del principio di non contraddizione su cui si fonda l'esperienza del reale e rifugio in un altrove onirico ove tutto ed il suo contrario costituiscono il rassicurante unicum del non senso, entro quella che si può definire una vera e propria sindrome da stress post- traumatico di una società che, negando il trauma, ne mostra in realtà la profondità del suo dispiegarsi, come nel fischio del treno con cui, nel racconto pirandelliano, il piccolo- borghese Beluca si libera delle angustie del quotidiano con uno slancio verso infiniti orizzonti onirici che divengono più veri del vero.

Anche al netto degli interessi economici giganteschi a monte, delle lobbies, dei gruppi di potere e delle intere carriere politiche costruite sulla grande opera, l'evocazione propagandistica della stessa, coi suoi toni palesemente esagerati persino rispetto alla mera logica propagandistica del capitale, evidenzia fino in fondo la natura delirante e feticistica della percezione inconscia del tav; il treno, non a caso, è uno classico dei simboli fallici della modernità, parte integrante di quell'immaginario patriarcale atavico alla radice di molti tipi di sfruttamento dell'essere umano sull'essere umano e dell'essere umano sulla natura, in primis quello capitalistico, ragione per cui occorrerebbe un grande lavoro sugli immaginari e sulle strutture del simbolico che, purtroppo, a sinistra non stiamo facendo, così da rendere purtroppo di scarsa incisività le sacrosante proteste contro le grandi opere, che sempre abbiamo portato avanti esclusivamente sul piano della razionalità, un piano che, purtroppo, non risulta però comprensibile da chi, invece, è mosso da passioni più profonde ed inconsce, figlie di paranoie e timori da identificare, analizzare e decostruire, esattamente come nel caso, si è detto, eguale e contrario dei deliri xenofobi di massa, che sono l'epifenomeno sottoproletario della medesima paura dei ceti medi, coi quali si giunge – e l'ascesa dei populismi di destra in quasi tutto il Pianeta è ne è concreta e drammatica fenomenologia -alla saldatura in un nuovo blocco storico postmoderno fondato sulla paura come unica ideologia a supporto di un dominio di classe che , in tempo di globalizzazione, si è fatto dominio sull'intera biosfera, con la crisi ecologica che è ormai un fatto compiuto.

Comprendere tali fenomeni, e non derubricarli al rango di interpretazioni naives di una realtà “concreta”, e dunque secondari rispetto alle necessità della lotta di forma novecentesca ( una forma di lotta che da più di trent'anni, non a caso, non porta alcuni risultato concreto, ma che ci vede retrocedere costantemente), è una necessità vitale per chi non si rassegna allo stato di cose presenti e, nel contempo, non cade a sua volta nel delirio delle retoriche consolatorie sul “popolo” come entità in sé buona, ulteriore fenomenologia delle medesime paure contro cui si lotta.

Ennio Cirnigliaro